Tramonta l’era del “tutto gratis”

I bilanci di Google sono buoni, nonostante la diffusa crisi economica, ma l’azienda ha iniziato a costruire nuovi modelli di business sia per affrontare questo momento sfavorevole che per porre le basi per un futuro più solido dal punto di vista dei profitti.

Youtube
, in particolare, pare sia destinato a trasformarsi lentamente in una pay-per-view essendo non più sostenibile il modello tutto-gratis attuale (le crescenti esigenze di banda, lo spazio di storage necessario in continuo aumento, i problemi con le licenze ed i diritti d’autore, ecc).

Recentemente Google ha stretto un accordo con Sony per la veicolazione di contenuti a pagamento, film e programmi TV. E’ ovvio che questo è solo il primo passo verso un nuovo modello di mercato del video-on-demand visto che il popolare portale, finora, non è riuscito a mantenersi con i soli introiti pubblicitari.

Si prevede che molti altri produttori aderiranno al nuovo canale commerciale proposto da Google con Youtube Show (così pare che si chiamerà, almeno all’inizio, il servizio “premium” a pagamento). Per un primo periodo i contenuti “premium” saranno disponibili in streaming solo negli USA ma, con il tempo, sarà estesa l’accessibilità all’intero globo.

A questo punto, però, sorgono alcune domande. Youtube non è riuscito a mantenersi in vita con i soli proventi pubblicitari. Strano. Parliamo di un sito con livelli di traffico e visite enormi, di poco inferiore (circa 2/3) al colosso google.com o a yahoo.com. Per fare un paragone rispetto a ebay.com, altro colosso della Rete, youtube è 20 volte più visitato!

Certo che eBay ha introiti derivanti dalle inserizioni, commissioni sulle aste, ecc (senza parlare dei proventi del geniale circuito di pagamento PayPal) ma forse il punto è proprio questo. La pubblicità su Internet non paga. Almeno non quanto serve per mantenere un servizio di dimensioni planetarie.

Ed ecco che inizia il tramonto del concetto “tutto gratis”, basato sull’idea che sui grandi numeri sia possibile costruire una fortuna con poco o niente. Siamo di fronte all’ennesima bolla-speculativa, un falso mito che può rivelarsi tragicamente fallimentare per analisti ed investitori.

Si torna quindi a formule più tradizionali: vedi, quindi paghi. La benevolenza delle major cinematografiche e discografiche è garantita, viste le crescenti preoccupazioni sul binomio internet e diritto d’autore, ma la seconda domanda è la seguente: perché dovrei pagare per vedere un film in streaming?

La qualità non è un granché, dovrei collegare il pc ad una tv di grande formato e ad un impianto home theater per godere appieno dell’esperienza multimediale cinematografica. Ma inizia ad essere un po’ macchinoso fare tutto questo, soprattutto considerando la “concorrenza” attuale, ovvero il supporto Blu-ray con l’annesso formato ad alta definizione (1920×1080 pixel sono davvero tanti rispetto alla finestrella di un browser web).

I prezzi devono essere davvero molto bassi per convincere il pubblico ad usare il web come tv a pagamento. Ma se i prezzi dovessero essere così bassi la redditività sarebbe comunque assicurata?

Abbiamo davvero bisogno di connetterci al web e pagare, magari anche solo 1 $, per vedere un film? Qual è l’utilità marginale di un prodotto simile? Con il passare degli anni cosa guadagna e cosa perde la nostra collettività?

Perdiamo senz’altro una piattaforma per lo scambio di video-idee, con relativi commenti. Non bisogna immaginare youtube solo come un enorme contenitore di video, c’è una community planetaria dietro che commenta, discute, vota, organizza canali, aree tematiche, dibattiti, ecc.

Cosa guadagniamo? L’ennesimo canale a pagamento, ma con una qualità nemmeno paragonabile alla tv ad alta definizione la quale, con gli anni, si evolverà ulteriormente.

Si potrebbe obiettare: “beh, anche il web si evolve, la Rete è sempre più veloce, la disponibilità di banda aumenta continuamente quindi anche la qualità dei video aumenterà…”. Purtroppo a mio avviso le cose non stanno così.

E’ vero che la larghezza di banda sta progressivamente aumentando ma gli investimenti fatti per aumentare tale velocità non sono assolutamente remunerativi perché i prezzi degli abbonamenti ADSL sono pressoché invariati mentre i costi per l’adeguamento delle centrali telefoniche (o, peggio, i km di fibra ottica posati) pesano non poco sui bilanci (già in rosso) di molte delle note aziende coinvolte (si consideri la crisi Tiscali, ad esempio).

E poi va considerato che Internet non è nata per il broadcasting, ovvero per la trasmissione simultanea uno-a-molti, come la tv, ad esempio. Tutti questi sforzi per l’aumento di banda stanno facendo lentamente collassare l’economia legata alla connettività e l’intera filiera delle aziende che operano in Rete è a rischio.

Vedere aziende come Google, innovative, audaci, ambiziose, proporre vecchi modelli di sviluppo e di business è molto preoccupante. Suona un po’ come un “si salvi chi può”.

La stessa genialità che ha consentito a Google l’ideazione di prodotti tipo Sketch-Up o Google Earth la sia aspettava in questo momento difficile, quando tutti sono a caccia di nuovi scenari di sviluppo sostenibili.

Il cooperative networking alla base della P2P TV, ad esempio, poteva essere ampliato e sviluppato senza ingenti (rischiosi) investimenti in cavi e aumento di banda. Si pensi a Vuze, ad esempio, nato come client Torrent ed oggi con ambizioni a web tv.

Voi investireste 3500 euro per comprare una fotocamera digitale da utilizzare solo per fare le foto ricordo? Ecco, il punto è questo. Investire senza ritorni certi è banalmente disastroso e pensare di correre ai ripari sfruttando vecchi modelli di business è, a mio avviso, allarmante.