Windows XP termina il suo ciclo di vita. E adesso?

StopIl prossimo 8 aprile 2014 Microsoft terminerà il supporto ufficiale al suo sistema operativo più diffuso e apprezzato dagli utenti: Windows XP. Termina quindi il ciclo di vita del sistema più famoso e diffuso del mondo nel personal computing.

Distribuito nell’ottobre del 2001, con i suoi 13 anni di presenza attiva sul mercato, Windows XP segna sicuramente un record in casa Microsoft. I più recenti aggiornamenti, Service Pack 2 prima e Service Pack 3 poi, lo hanno reso molto più stabile ed affidabile delle prime edizioni, conquistandosi il favore di moltissimi utenti, i quali mal volentieri migrarono a Windows Vista, successore di Xp.

Per iniziare un vero processo di upgrade dei sistemi la maggior parte degli utenti ha atteso Windows 7, successore di Windows Vista. Oggi, paradossalmente, Microsoft si trova a dover fronteggiare la stessa diffidenza rispetto all’adozione del più recente Windows 8.1, soprattutto a causa delle marcate differenze nell’interfaccia utente ma, complice l’operazione di convergenza tra l’interfaccia adottata sui dispositivi mobili e fissi, sicuramente l’azienda di Redmond troverà presto nuovi consensi tra gli utenti.

Cosa cambierà dopo l’8 aprile per i possessori di Windows XP?

Microsoft non rilascerà più gli aggiornamenti del sistema operativo. Questo significa che un computer con Windows XP sarà esposto alla minaccia dei worm, programmi malevoli che sfruttano le falle del sistema operativo (errori di programmazione) per introdursi nel sistema all’insaputa dell’utente al fine di carpirne dati personali, inviare spam e/o partecipare assieme ad altri computer infetti ad attacchi ad altri sistemi, noti come attacchi DOS (Denial of Service).

Considerando che un computer non connesso ad Internet oggi ha perso gran parte della sua utilità ne consegue che è fortemente sconsigliato continuare ad utilizzare un PC con un sistema operativo che ha terminato il suo ciclo di vita.

Quali sono le alternative?

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Il 40% delle famiglie italiane prive di accesso Internet

Recentemente Istat ha pubblicato i dati sulla diffusione di Internet nelle famiglie italiane. Molti giornali hanno ripreso la notizia sottolineando l’aumento del 5% (dal 55% al 60% circa) della connettività ma mi pare più significativo riflettere sul fatto che ben il 40% delle famiglie non ha accesso Internet. Una cifra enorme.

Inoltre molti commentatori, incluso l’ISTAT, continuano a definire i nativi digitali, ovvero i giovani tra i 15 e i 24 anni, come una fascia della popolazione in possesso di particolari competenze informatiche, solo per il fatto di essere nati in un periodo di forte diffusione delle tecnologie, ma non è sempre vero e questo pregiudizio minaccia la costruzione di una seria politica educativa e culturale sulle nuove tecnologie.

Altro dato allarmante segnalato dalla ricerca è che solo un terzo degli utenti Internet si è relazionato con la Pubblica Amministrazione.

Questi dati si legano ai pessimi risultati comparativi sulla velocità di Internet in Italia, fanalino di coda in UE con una velocità media di 4,4 Mbps (contro i 7,5 Mbps della Romania, ad esempio), dipingendo uno scenario poco incoraggiante per i prossimi anni.

Cresce il BYOD

Il fenomeno noto come BYOD (Bring Your Own Device) indica la propensione dei lavoratori a preferire l’utilizzo del proprio device mobile sul lavoro piuttosto che adottare quello aziendale.

In questo scenario di utilizzo prettamente professionale, dove per anni ha dominato quasi incontrastata Blackberry, ora emerge Apple con il 76% delle attivazioni contro il 12% dei dispositivi basati su Android, Microsoft in forte crescita e Blackberry che cerca di recuperare il terreno perso negli ultimi anni (fonte).

Questi dati suggeriscono che, dopo tutto, le architetture cosiddette “chiuse” non sempre sono il male assoluto: dipende molto dai contesti di utilizzo. In ambito professionale e produttivo i lussuosi prodotti della Mela sanno mostrare anche i muscoli in termini di sicurezza e stabilità. Non altrettanto riesce a fare Android con i suoi noti problemi di sicurezza e con un marketplace dotato di controlli molto più blandi.

Android is not Linux

Perché Google sviluppa e sostiene Android? Trattandosi di un prodotto open-source (e non essendo quindi previsto alcun corrispettivo a fronte della vendita della licenza d’uso) il trucco dov’è? Sono forse dei benefattori o hanno trovato altre forme di business?

Purtroppo, anche in questo caso, nessuno fa niente per niente. Google offre gratuitamente Android ai produttori ma questi ultimi sono costretti ad integrare i servizi di Google. Questa integrazione forzata comporta maggior traffico sui loro motori di ricerca, mappe e servizi correlati con una conseguente maggiore esposizione del loro circuito pubblicitario basato principalmente sui banner AdSense. Maggiori esposizioni, maggiori click e maggiori fatturati sul circuito promozionale pay-per-click Google AdWords. Ed ecco che i conti tornano. Ricorda un po’ i tempi in cui Microsoft imponeva il suo browser con Windows (anche se in quel caso la licenza era addirittura commerciale).

Ma forse il vero business è in termini di ritorno di immagine perché, proponendosi come un’azienda che sostiene e sviluppa prodotti open source, incontra inevitabilmente il favore e l’appoggio di quella grande categoria di utenti che sostiene il software libero senza però preoccuparsi più di tanto dell’uso che ne viene fatto. Molti di questi utenti sono gli stessi che sostengono Linux, ad esempio, anche se chiaramente lo scenario è decisamente diverso.

Nel caso di Linux, infatti, non vi è alcun obbligo di integrare tecnologie specifiche di alcuna azienda ed i profitti provengono principalmente dalle distribuzioni destinate agli ambiti professionali con annessi pacchetti di assistenza locale o remota privilegiata. In altre parole paghiamo per un servizio per il quale noi stessi siamo destinatari. E paghiamo solo se questo servizio lo vogliamo. La filosofia “open” mi pare adottata e rispettata in modo molto più etico.

La questione si fa intricata quando si scopre che Google guadagna dai dispositivi iOS molto di più di quanto riesca a incassare dai dispositivi dotati di Android quindi, in un certo senso, è legata a filo doppio alla Apple, la stessa Apple che Google sta contrastando con le nuove edizioni di Android sempre “ispirate” ad iOS (vedi recente sentenza di Apple contro Samsung) e rendendo appetibile ad altri produttori l’ingresso nel mercato degli smartphone regalando licenze d’uso.

In questo scenario non stupisce che Apple stia prendendo progressivamente le distanze da Google, ben consapevole che non avrebbe senso portare il progetto Android in tribunale pena la disaffezione di una grande fetta di utenti. Si comprende altrettanto bene la scelta di Nokia e Microsoft, impegnati nel creare un’alternativa davvero originale (anche se commerciale e non open), al riparo di eventuali sentenze per violazione dei brevetti.

L’ideale per Android, considerata la sua lodevole e preziosa natura “open”, sarebbe quella di creare una (o più) fork, ovvero dividere lo sviluppo in due grandi tronconi (così come fu per OpenOffice, ad esempio): quello dei laboratori Google e quello di un nuovo gruppo di sviluppatori indipendenti che dovrebbe puntare allo sviluppo di un sistema operativo mobile alternativo, sempre basato su Android, ma privo di qualunque obbligo per i produttori, in maniera identica alle diverse distribuzioni Linux oggi disponibili.

Solo così, a mio avviso, potremo avere una alternativa davvero open e non uno specchietto per le allodole, per giunta scopiazzato.

Firma digitale

In informatica la firma digitale rappresenta un sistema di autenticazione di documenti digitali tale da garantire il cosiddetto non ripudio. E’ basata sulla tecnologia della crittografia a chiave pubblica (o PKI).

La nozione di firma digitale ha in Italia anche un’accezione giuridica, in quanto individua una specie di firma elettronica qualificata che può essere apposta ai documenti informatici alla stessa stregua di come la firma autografa viene apposta ai documenti tradizionali. Oggi, la legge che disciplina la firma elettronica è il “Codice dell’amministrazione digitale” (Decreto Legislativo 7 marzo 2005, n. 82) che ha subito nel corso del tempo varie modifiche (da ultimo ad opera del d.lgs. 30 dicembre 2010 , n. 235).

Sotto il profilo probatorio è stata ribadita la potenziale idoneità del documento informatico, anche non sottoscritto, ad integrare la forma scritta: “L’idoneità del documento informatico a soddisfare il requisito della forma scritta e il suo valore probatorio sono liberamente valutabili in giudizio, tenuto conto delle sue caratteristiche oggettive di qualità, sicurezza, integrità e immodificabilità, fermo restando quanto disposto dall’articolo 21”.

L’elemento di rilievo del sistema Firma è rappresentato dal Certificato Digitale di Sottoscrizione che gli Enti Certificatori rilasciano al titolare di una Smart Card. Il Certificato di Sottoscrizione è un file generato seguendo precise indicazioni e standard stabiliti per legge ed al suo interno sono conservate informazioni che riguardano l’identità del titolare, la propria chiave pubblica comunicata, il periodo di validità del certificato stesso oltre ai dati dell’Ente Certificatore.

Firmare un documento elettronico è un’attività assai semplice e veloce e per eseguirla è necessario essere dotati di un Kit per Firma Digitale o Firma Remota.

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